2014 –

Un Quelzaquater al bar - Humanitas Gavazzeni, Bergamo

Installazione permanente di Atelier dell'Errore per il Bar di Humanitas Gavazzeni. Bergamo, Giugno 2014.

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Giulia​+​

Il Quelzacuater dell’Errore è uno degli esseri più eleganti che si siano mai presentati in atelier.
Mi è sembrato giusto trovargli casa nel Bar di Humanitas Gavazzeni, con tutto quel bianco e tutta quella luce.
Ci voleva una dolcezza rassicurante in un Bar così, e un abbraccio immenso, di conforto e di compassione, per le tante faticose storie e battaglie che si affacciano al bancone di un Bar così.
Il Bar di una clinica l’ho sempre ammirato come una bolla iridescente e protettiva all’interno di un ambiente che fa i conti con la debolezza e la fragilità dei corpi, la sottigliezza della vita, il decadimento dell’organico.
Una promessa, una prova di normalità, una palestra per il ritorno alla vita, un parcheggio della speranza, che si alimenta anche di un solo buon caffè, o di una pasta fragrante.
Un avamposto della socialità, in territorio fragile e sdruciolevole, che tiene allenati alla comunità.
Per questo mi piace sempre molto sostarci in un Bar così, e osservarne volti e gesti, sempre un po’ speciali, sempre un po’ più attenti e riconoscenti, luminosi o  affranti, di noi abitudinari sbadati e stanchi.
Amarezze e preoccupazioni che si lasciano affogare in un cioccolatino, inquietudini e domande, soprattutto domande, che si assopiscono per un po’.
C’è vita densa nel Bar di una clinica.

Esiste un’altra bolla, sospesa all’interno della meccanica di efficienza e professionalità di un’istituzione dedita alla cura della fragilità dei corpi, nella quale non riesco a non immergermi, anche solo per un istante, anche solo per frammenti di tempo infinitesimali, anche solo per uno sguardo che ne accarezzi i banchi e le sedute, ogniqualvolta mi reco in una clinica o in un ospedale.
Questa bolla di silenzio è l’immancabile cappellina dedicata alla Preghiera.
Preghiera che per chi crede può essere una carezza allo spirito, afflitto dai cedimenti del corpo ma anche invettiva amara, che dà le vertigini solo a pensarci.
Ha un profumo spesso straziante la preghiera in un ospedale, un’urgenza che scortica le abitudini.
L’abbassamento a cui il corpo ci costringe prima o poi, suggerisce un grande salto di umiltà: ammettere a sé stessi, alla nudità che custodiamo dentro di noi, che forse, in fin dei conti, siamo e rimaniamo solo polvere. Infinitesima polvere di materiale stellare capace sì, per frangenti irripetibili, di fantasiosi e iridescenti arabeschi ma che, in mancanza d’alito, si depone sulle superfici delle cose, strato su strato, nei secoli dei secoli.
Per chi può, per chi sa fare il grande salto d’umiltà che è la Resa, la fiducia ad oltranza, speranza contro ogni speranza, esiste la  Fede, di cui non esiste parola che possa realmente e pienamente renderne conto. Ognuno, se le deve ogni volta inventare da sé.

In Humanitas Gavazzeni il luogo della preghiera è stato ricavato nella sala circolare che negli anni ’50 /’60 era dedicata agli incontri fra i pazienti e i parenti, sala allora arricchita da un pianoforte a mezza coda e da una radio che hanno allietato le serate prima della grande invasione di TV, PC, tablet e smartphone.
Tutto cambia, tutto evolve, _ tuttavia nell’odierna cappellina, dopo aver presentato il nostro progetto in Direzione, ho scoperto chi ha osservato la nostra tecnologica rivoluzione in silenzio, negli anni.
Sono 8 volatili dipinti a tempera che si rincorrono in tondo, a mò di trofei di caccia, intorno alla piccola cupola.
Fra questi, proprio al centro del carosello silente, un airone che spicca il volo impettito e regale.  É quasi un ritratto di Giulia, quando si accampa in atelier, lei artista di lungo corso in Atelier è anche la mamma del Quelzacuater. Da lei ha ereditato la stessa imperiosità, lo stesso gesto fiero ad innalzarsi in cielo a lasciare noi normali quaggiù, distratti e affacendati, come ogni dì. È la versione addomesticata del Quelzacuater che ora sta al Bar.
Anche lui però abbraccia e custodisce i suoi ospiti, che siano in chiacchere, in ascolto attento di una nota o di una voce per magia elettrificata come un tempo o in preghiera come ora.
Questa analogia, questa sincronicità, l’ho captata ed intuita a bocce ferme, a progetto approvato e definito.
Perfezione dell’inesorabile Meccanica Celeste che sopra-vede ogni atto dell’atelier.
E quando ogni tessera ordinatamente trova il suo preciso posto, tutto s’illumina, tutto incanta.

Luca Santiago Mora
Giugno 2014


www.gavazzeni.it