2012 –

La Cervia Eustachea - San Stae, Venezia

Atelier dell’Errore per il Festival dei Matti, installazione in San Stae, Venezia. Novembre 2012.

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Gianluca​+​Samuele​+​Matilde​+​Giulia​+​Olu​+​Giorgia​+​Luca​+​Pietro​+​Marino​+​Sante​+​Giovanni​+​Giulia​+​Paola​+​Samuele​+​Alessio


In atelier, con i ragazzini, disegniamo solo animali. Da dieci anni ormai.
Rari animali rari, paleontologia a mani nude, solo carta, pastelli e colori.
In atelier il contrario di normale  è speciale, e quello di guardare è vedere.

Dicono i ragazzini, che gli animali dell’atelier, segno su segno, pomeriggio dopo pomeriggio, noi non ce li ricordiamo.
Dicono che quelle bestie lì, sono quelle che non hanno dato retta a Noè, e non ci son volute salire in quell’Arca venuta su in mezzo al deserto, o sono arrivate in ritardo, come sempre, come a scuola.
Poi tutta l’acqua di quaranta giorni e quaranta notti, e sono tutte morte, estinte tutte.
A volte appaiono pure bestie che non hanno mai messo zampa sulla terra.
Bestie che stanno ancora in lenta marcia, per lunghe fila, nei cieli, dai cieli, per arrivare fin quaggiù.
Ma ci vorrà tempo, un lungo tempo, dicono i ragazzini.
Se ci saremo ancora.
I ragazzini arrivano in atelier inviati dalla Neuropsichiatria Infantile, AUSL Reggio Emilia.
Cartella clinica con difficoltà in ordine sparso.
Fra le più frequenti: ritardi più o meno gravi, difficoltà di apprendimento, dislessie, disprassie, sindromi dai nomi aggraziati e traditori (Turette, X-fragile, ecc.), ipercinesi, fino al misterioso ed onnivoro contenitore dell’autismo.

Questo è uno dei due motivi per cui l’atelier si chiama atelier dell’errore.
A scuola, sul bus, dal panettiere, sono errori, per i normali, loro.
Il politicamente corretto li chiama ragazzini con problemi. Il risultato non cambia.
La pietà sa essere assai feroce.
Questo lo impari stando con loro, in breve.
Loro restano in attesa, d’altro.

Perlopiù, un ragazzino arriva in atelier educato alla convinzione di non saper disegnare.
Spesso, memorabilmente, arrivano a proclami perentori del tipo: “Io non posso disegnare”.
Che è il “non sai disegnare” inflitto a scuola, subito e poi sublimato in formula assoluta.
Questa è la sfida. Ma è difficilissimo tirarli fuori da quelle convinzioni lì.
E tempi lenti, e pazienza, a dosi massicce. Su entrambi i fronti.

Giovanni, arrivato in atelier avrebbe voluto fare il vaso, o il portaombrelli; si sarebbe trovato più a suo agio. Disegnare, un affare proibito. Da lui il primo “non posso disegnare”, entrato nell’aneddotica dell’atelier. Poi lentamente, scopriamo che le bestie, come le vede lui, nessun altro.
E gambe lunghissime su ginocchia a sfere, e corpi solidi, di un'aurea geometria morfologica, secca ed armonica. Mi è perfino venuto da pensare ad una particolare correzione interna al suo occhio, fisiologia a noi negata. Meraviglia di un alfabeto inedito che mi diventa nel tempo sempre più familiare.
Mi avvicino a lui di soppiatto, mentre traccia anatomie su fogli sempre più grandi, e m’incanta. Sempre.
Un po’ così, è nato Il cammello purpureo di Correggio, che Giacometti ha già voluto nel suo atelier celeste.

C’è anche chi vorrebbe disegnare sempre e solo quello che sa già disegnare.
Presunta, testarda, apparente e fragilissima sicurezza che non è di soddisfazione a nessuno.
Men che meno a loro.
In quel caso si dà battaglia al segno pre-supposto, ri-saputo, stereotipato, quasi compulsivo e alla conseguente inibizione ed insoddisfazione.
Queste, per approssimazione evidente, sono due differenti tipologie d’ingresso in atelier.
Ma a dire il vero, ognuno di loro, come ogni uomo, fa storia a sé, e di storie in atelier, ne avremmo davvero tante da raccontare.

Davide, il primo anno, dal bagno ci ha allagato l’atelier, mentre noi ammiravamo un temporale.
Lo avevano sospeso, poi lo abbiamo recuperato, con qualche patteggiamento.
Quest’anno si è conquistato sul campo, la specializzazione in semiotica del tratto autistico.
Ci mettiamo lì, io e lui, a guardare Debora che non parla. Gesticola e gorgheggia snodando il corpo come una contorsionista. Autismo dei più enigmatici. Per un anno ha trattato i pastelli come una pietra focaia, sfregandoli con violenza compulsiva fino a sfinirne le punte, oppure trapassare di lancia il costato del foglio innocente. Adesso ci si capisce di più, e lei traccia infiniti ricami di linee sottili, torte e ritorte, labirinti di-segni inestricabili, scarabocchi, per i più.
Davide invece, saltuariamente la interrompe, gira e rigira il foglio fra le mani e interpreta, rilegge, meglio sarebbe dire: traduce per noi, normali di un analfabetismo che non vediamo nulla nell’informe. E allora ecco: ritratti di loschi briganti, clown in lacrime, antichi guerrieri achei o da ultimo, settimana scorsa, una pagnotta con due pesci. Ultima cena per lasciare stupida e stupita la nostra normalità.
E questo è l’unico eccezionale caso in cui in atelier non si vedono animali.

Spesso mi sono chiesto, ci chiediamo, mi si chiede, ma perché in atelier si disegnan solo bestie, solo animali?
In realtà a me non interessa che i miei ragazzini eseguano il disegno di un animale, una zebra che sia una zebra o un icneumone che sia un icneumone, ma che partendo dall’ispirazione di una zebra né esca un quasi icneumone, o qualcosa del genere o meglio ancora qualcosa di mai visto, che non abbia nulla più della zebra né del nostro icneumone, ma che evidentemente emerga da una maggiore urgenza, da una necessarietà non prevedibile né programmabile. E convincerli che sì, zebra e icneumone forse stavano nella nostra testa, volenterosa e ambiziosa, ma quella cosa lì, quell’animale mai visto che ne è uscito, certo stava nel nostro cuore, da molto tempo prima.
Fin dalla fondazione del mondo, mi vien da dire spesso, fra me e me.
E poi, dico sempre loro, ce ne sono già tante di zebre e icneumoni perfettamente ri-disegnati, ri-prodotti! Noi siamo semplicemente chiamati ad altro.

Quindi a partire dall’informe, che domina il foglio bianco dopo i primi segni fallimentari, ed è spesso preludio alla resa, all’abbandono, guardare e ri-guardare fino a vedere là dove tutti guardano e pochi vedono.
Indurre ad una strategia dell’improvvisazione, personale traduzione del dono celeste dell’ispirazione.

In atelier quindi, nessuna retromarcia consentita, e vietatissima la gomma.
Andare avanti piuttosto, proseguire sempre da quel che c’è, per quel che si è.
Che è un po’ quello che si capisce della vita, da grandi.
Nobilitare una sconfitta, trasfigurarla in qualcosa di in-atteso, di in-aspettato, di in-audito, di in-sperato. Meraviglia delle meraviglie.

E successivamente, una volta apparse, comprese, ri-conosciute: nominare, e prendersi cura di quelle creazioni-creature.
Costruire una casa ed un mondo, in parole e  racconti, al Pesce Mandarlone, alla Ienacinta o al King Kong gigante con i tentacoli
E’ più chiaro forse ora, che ai miei ragazzini non chiedo semplicemente di disegnare un animale, quanto di dare vita all’unicità di una loro creazione-creatura.
E allora, se devo prendermi cura di qualcosa-qualcuno, nominarlo, creargli un mondo attorno che lo qualifichi e lo determini, certo molto meglio un essere vivente che non un vaso di fiori, una bottiglia, un paesaggio.
Certo, c’è pure l’eccellenza della figura umana.
Però, a mio avviso, la creatura umana è davvero storia a sé. Mi sembrerebbe un gesto imperdonabile di hybris qualsivoglia variazione su un tema tanto perfetto.
Ecco perché solo di animali, si vive in atelier.

Giulia, se la incontri per strada fai fatica a guardarla negli occhi, un po’ per la timidezza assoluta, un po’ per lo strabismo che ti disorienta. In atelier, come l’albatro di Baudelaire, dispiega ali regali e ti lascia piccolo piccolo in basso, piedi a terra. Ormai disegna su fogli che sono fondali da scenografia, bestie da lasciar d’incanto, con una passione, una tenacia quasi maniacali.
Poi sfrutta la dislessia per nominare in maniera assoluta e unica: il Bisoten, che incornerebbe una locomotiva d’acciaio con la facilità con cui facciamo una pallina della stagnola per la cioccolata, la Grazza Radra, che sul suo penname porta pazientemente inscritte, una ad una disegnate, le 1-2000 uova che saranno la sua sicura discendenza o la Ienacinta che ha in pancia contemporaneamente 25000 figli.

L’universo parallelo di bestie che nascono in atelier, appartengono, di fatto, ad una oltre-zoologia che a noi non è data, e che per assurdo, si dà solo a mani poco o per nulla addestrate al disegno, mani di allevatori-pastori-demiurghi erranti come quelle dei ragazzini in atelier.
Noi, dalla nostra stanziale normalità caina, possiamo solo ri-conoscere, intuire, apprendere, gioire, inchinarci, ringraziare, per tanta Bellezza-Verità.
Loro abelinità della sconfitta, erranti del margine, soccombenti del quotidiano, in quello spazio-luogo dedicato, sanno spesso trovare casa, e portare frutto, dalla possibilità di riscatto loro offerta.

Io poi, personalmente, resto di sale ad ogni nascita, ad ogni ritrovamento.
E muovo, ad orari cadenzati, verso l’atelier chiedendomi inutilmente quale nuova creatura risveglierà inesorabilmente il mio assopito stupore.
Custodisco gelosamente questo privilegio, cercando di ricambiare i ragazzini accompagnandoli per mano nella luce abbacinante della loro ri-trovata pratica poetica.
Non c’è nulla di quello orecchiato a scuola, in artistica specialmente, come dicono loro, che possa supportare, giustificare, soddisfare lo sguardo su lavori come quelli, per bestie come quelle lì, in-aspettate a loro stessi.
E rassicurare e proteggere dallo spavento, dal disorientamento, che la loro propria personale e sconosciuta facoltà poetica accompagna.
Rimirando insieme un lavoro portato a termine con gestualità improvvisa, velocissima e irrefrenabile o con faticante stratificarsi di segno dopo segno, mi accorgo di avere al mio fianco come minatori esausti, inadatti alla luce naturale.
Diurnità negata dal corso delle cose, da una schiacciante meccanica delle necessità.
E allora, delicato tempo, in fiducia e pazienza, reciproci, per quei primi passi alla luce del sole.

Errore, caduta, cadere, in atelier si pratica la caduta controllata e il suo riscatto, la sua inversione benigna.
Considerare l’errore, la caduta, costituitivi della vita, di ogni vita, di ogni Uomo che sia tale.
Del resto, insegna la meccanica della biologia molecolare, se non ci fossero stati errori su errori, in quella meravigliosa elica che è il nostro DNA, saremmo ancora miliardi di batteri perfettamente allineati.
E questo è l’altro motivo per cui siamo l’ Atelier dell’Errore.

Ma chi davvero crede, ed investe, nella potenzialità poetica di questi ragazzi?

Normalmente un’amministrazione locale si struttura anzitutto, giustamente, sugli aspetti clinici che affliggono questi ragazzini.
Cura delle diverse patologie, attenuazione delle sintomatologie, per consentire a questi ragazzi, nel limite del possibile, un’accettabile autonomia nel quotidiano, nell’ordinario appunto, cui poter far fronte. Saggio traguardo di salvaguardia.
Da questo punto di vista, l’indirizzo particolarmente illuminato della Neuropsichiatria Infantile dell’AUSL di  Reggio Emilia, grazie alla collaborazione con L’Indaco Onlus, ha un’attenzione particolare verso i suoi piccoli pazienti, e può vantare al suo interno, una tradizione ventennale di atelier dedicati a questi ragazzi: dalla musica alla cucina, dall’attività di serra alle attività espressive.
L’atelier dell’errore appartiene appunto a questa tradizione e ambiziosamente mira alto, allo
stra-ordinario di un’esistenza, alla sua potenzialità poetica appunto.
Ha scommesso sulla possibilità data a questi ragazzini di trasformare la problematicità in Bellezza.

E  non si tratta a questo punto di un problema di arte o non arte, meno che meno di tecnica, tecniche.
Forse nemmeno di una generica categoria di arteterapia che, tutta l’arte è terapia tanto quanto una vita può arrivare ad essere l’opera d’arte assoluta, capolavoro ineguagliabile.
Si tratta quindi di prendersi cura di Uomini.
Uomini, che sono carne, ossa, nervi e Anima e Spirito.
Per questo mi piace pensare l’atelier dell’errore  come Infermeria della Bellezza.

Luca Santiago Mora
Novembre 2012