2014 –

Il Rinoceronte Inbirinto - Euward 6, Monaco di Baviera

Atelier dell'Errore con Giulia Zini vince EUWARD 6 a Monaco di B. (D). Esposizione al Buchheim Museum

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Giulia​+​Giorgia​+​Laura

Noi non volevamo iscriverci a questo concorso. Non ci piacciono le iniziative autoreferenziali e specialistiche tipo: Arte e Disabilità e compagnia bella. Ci manca subito l’aria.
Però Bianca ha insistito dicendo che questo è sicuramente il più importante concorso a livello europeo, si fa a Monaco di Baviera in Germania ogni quattro anni, quasi come dOCUMENTA a Kassel. Come i mondiali! Hanno subito chiosato in atelier. E poi Monaco è Monaco....c’è l’Allianz Arena dove gioca il Bayern, hanno subito aggiunto.
Quello però che mi ha convinto definitivamente è l’altissimo livello del Comitato Scientifico che seleziona i venti partecipanti all’esposizione finale e soprattutto la Giuria Finale, presieduta sempre da un artista contemporaneo di fama mondiale. Prima Marlene Dumas, quest’anno Arnulf Rainer, che dire?

370 gli artisti iscritti dai più importanti atelier d’Europa, 20 selezionati per l’esposizione finale, due soli italiani, entrambi dall’Atelier dell’Errore: Giulia e Giorgia.
Richiesta di 15 opere originali prima della data di convocazione della Giuria finale.
Primo verdetto: Giulia fra i tre finalisti! Per noi dell’atelier era già aver vinto tutto.
Gli altri due, un ragazzo belga e uno tedesco.
A questo punto: gita a Monaco con i ragazzi!
Poi l’invito per l’inaugurazione dell’esposizione e durante la cerimonia, l’annuncio:
prima classificata assoluta Giulia Zini.
Io, nascosto dalla macchina fotografica, ho pianto. Sfocando.

Giulia prima di arrivare in atelier è vissuta tanto, tanto tempo fa.
Ha lasciato con tratto inconfondibile una iena, un orso ed un bisonte nelle grotte di Chauvet, Ardeche, assolato sud della Francia.
Lei, com’è ovvio, non lo ricorda più, io invece l’ho imparato qualche anno fa, alla prima di The cave of forgotten dreams, recente produzione di Werner Herzog, uno dei più cari ed amati padrini del nostro atelier.
Non c’è dubbio che sia così, non c’è dubbio che la sua esperienza figurativa affondi a quelle profondità della storia dell’uomo, non si spiega altrimenti la sicurezza con cui Giulia, armata di matita, con magica metamorfosi se ne esce dal bozzolo che la difende mediamente dalla vita di noi normali, e si libera in volo imperiosamente una volta varcata la soglia dell’atelier.
Fuori, la dura legge della nostra banale e arrogante normalità le ha insegnato l’elaborata tecnica della mimesi, e così non la senti e non la vedi, normalmente, e se incroci i suoi occhi ti depista con uno strabismo che ti confonde lo sguardo e tu, normalmente, come vuole il politically correct, passi e vai.
Questo le allevia la fatica dell’eterno confronto, del bilancio subìto dallo sguardo superficiale degli incontri sbadati o perennemente indaffarati della nostra normalità.
Lei è contenta così, o meglio sarebbe dire, ha imparato ad accontentarsi di questa roba qui.
Compensata però, dopo otto anni di atelier, dalla possibilità di dispiegare, con una qualsiasi matita o pastello in mano, ali d’aquila come di regina a dominare incontrastata la nostra miopia, da altezze per noi irraggiungibili.
Anche solo semplicemente per questo meccanismo insopprimibile dell’umano Giulia: non può non disegnare…e questo fa la differenza.

 La storia di ciascuno degli strani esseri zoomorfi che prendono vita in atelier meriterebbe l’attenzione di una lenta e paziente disanima, a maggior ragione, ogni creatura che affiora dal singolare immaginario di Giulia custodisce in sè una bella storia da raccontare.
Prendiamo per esempio quella del Rinoceronte Inbirinto . Ricordo perfettamente tutte le fasi della sua gestazione.
Nel tradizionale foglio 70x100, accolta la testa, che esce per prima, come in ogni parto naturale che si rispetti, mancava spazio per il resto del corpo. Nessuna mediazione possibile, quando Giulia è ispirata persegue sempre il suo scopo con inesorabile accanimento.
Sempre gentile ed educata certo, ma martellante e instancabile, come chi sa inconsciamente che quella urgenza è la porta d’ingresso al suo unico mondo possibile,
Quindi, in fretta e furia, un secondo foglio delle stesse dimensioni accoppiato al primo con il miracoloso nastro-carta e poi un altro ancora, a contenere la potenza dei quarti posteriori, e così alla fine, solo tre fogli uniti, che fanno un bel 100x210 cm, hanno finito per soddisfare e contenere la cura estatica di Giulia per il suo nascituro.
Da questa prima esperienza abbiamo intuito in atelier l’innata propensione di Giulia per le grandi dimensioni.
Dall’apocalisse rivelatrice del Rinocernote Inbirinto infatti, Giulia ci ha preso gusto nel rilanciare e noi, senza resa, a rincorrere le sue incalzanti richieste fino alla soluzione finale: interi rotoli di fondali fotografici a placare la sua fame di verità, la sua ricerca di esattezza nella riproduzione di esseri che solo lei può pre-vedere, che solo lei è in grado di pre-figurare.
Questa è una di quelle tipiche accellerazioni nella storia del nostro atelier che accadono come per incanto, all’improvviso e senza preavviso, e che però vale proprio sempre la pena seguire, e perseguire. I frutti infatti di ogni scoperta non si esauriscono in sé, nell’istante della loro apparizione ma diventano sempre un dono per tutti i ragazzini dell’atelier.
Da allora infatti bestie di grandi dimensioni che sovrastano pareti o invadono spazi sempre più grandi, sono diventate una caratteristica specifica e dominante della nostra Opera Collettiva.
Giulia ha anche una sua specifica e particolare cura della superficie epidermica dei propri animali.
L’acribia paziente ed estenuante con cui porta a compimento i suoi disegni dà vita ad una sorta di narrazione direttamente inscritta sulla pelle delle sue creature, come le centinaia di ovuli pazientemente inscritti nella superficie interiore della Ienacinta, oppure appunto com’ è stato anche per questo rinoceronte blu che si è visto raccontato da una fittissima trama labirintica a tesserne un corpo invincibile e resistente a qualsiasi attacco. Per questo motivo nelle intenzioni di Giulia il suo nome di battesimo non poteva che essere: Il Rinoceronte Labirinto.
Perché, sapendo senza sapere, Nomen Omen, appunto.
E il nostro animalone, a ben vedere, il labirinto lo porta tutto dentro, come un codice genetico infinito inscritto a vista sulla sua superficie ma anche come destino conclamato di un animale pieno di pensieri e di strategie da affrontare per superare e sopravvivere alla sua particolarità, alla sua cosiddetta a- normalità.
Ma non finisce qui, Giulia anche in questo caso stupisce ad oltranza e grazie alla sua la sua poderosa e per noi dell’atelier portentosa dislessia e disgrafia dice Rinoceronte Labirinto ma in realtà scrive, alla lettera per noi normali: Rinoceronte Inbirinto.
E i questi attimi si condensa uno degli approcci metodologici più importanti dell’atelier, il suo assioma costitutivo e fondativo che non prevede di correggere alcunchè di quello che sgorga, finalmente liberato dal pesante circolo vizioso di sconfitte-paure-frustrazioni, dai mondi immaginari custoditi da questi ragazzini.
E se non si correggono mai nemmeno i più evidenti errori grafici o di disegno, men che meno ci si accanisce sugli errori della tanto temuta e per loro inarrivabile correttezza grammaticale.
Piuttosto lasciar uscire, lasciar aperte tutte le potenzialità dell’Informe e del Possibile.
E poi con molta cura, impegno e devozione, studiare tutto come fossero frammenti di una civiltà sconosciuta, per il dovuto il rispetto allo sforzo che esprimersi costa ad ognuno di questi ragazzini.
Intraprendere quindi una ricerca di senso per quel che c’è per quel che si è, scavare sempre più a fondo delle apparenze, delle superfici delle cose, come cercare un senso profetico, non rivelato, delle storie che in atelier affiorano superando con un salto in verticale, le apparenti distrazioni, le conclamate problematicità, gli inciampi, gli impedimenti di questi ragazzini.
L’archivio dell’atelir diventa cosi, negli anni, un immenso Atlante di Uber-Zoologie, un immane deposito di esemplari unici a costituire una sorta di Paleontologia derll’Immaginazione.

É così che, tornando al nostro bestione blu, secondo la visione di Giulia, il suo labirinto epidermico diventa labirinto in-teriore, labirinto esistenziale depositato nelle profondità del suo essere, costitutivo della sua stessa natura.
Per questo ha ragione ancora una volta Giulia trasformando, grazie alla sua diagnosticata problematicità, il Rinoceronte La-birinto nell’ormai celebre Rinoceronte In-birinto.

 

Luca Santiago Mora 
Agosto 2014  


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