2014 –

Ted X Lake Como

Atelier dell'Errore a TED, Como 14 Novembre 2014

http://tedxtalks.ted.com/video/What-the-difficult-children-tell



Ha avuto costanza e tenacia da vero professionista Gerolamo, storico organizzatore di Ted X Lake Como, nell’insegure, sollecitare, spronare per mesi interi, affinchè trovassi il senso di schiacciare la storia del nostro atelier in 18 minuti.
18 minuti raccontati ad una platea di centinaia di persone, ripresi in stile televisivo e consegnati all’eternità fragile e scivolosa del web.
Da un lato il 18, mio numero elettivo dall’infanzia, e il tema della giornata: Qui Terra, proprio a noi che ci sentiamo marziani, da sempre. Dall’altro il pregiudizio faticosissimo di mettersi a tu per tu con se stessi, cronometro alla mano.
Io riuscivo a provare solo nella solitudine del mio abitacolo, ipnotizzato dalla mezzeria autostradale, carovana Bergamo-Reggio Emilia, Reggio Emilia-Bergamo, settimana dopo settimana. Cronometro digitale pacato e silenzioso, il segnale orario della radio.
Il sonno dell’ipnosi produceva però mostri verbali di 20’, 30’, 40’ e ogni volta alla fine avevo sempre l’impressione di aver dimenticato la cosa più importante.
Le scalette che dovevano essere d’aiuto si trasformavano immancabilmente in trampolini elastici su cui piroettare senza fine, inseguendo sempre un dettaglio decisivo, un frammento imperdibile, uno spunto improvvisato.
Così sono arrivato a Como sufficientemente impreparato, sperando nel consiglio della notte in riva al lago. Il piano B: un’ interruzione brusca sul chi c’è c’è e chi non c’è non c’è ….in pieno stile Atelier dell’Errore.
Mi ha colpito l’accoglienza gentile ed affettuosa del gruppo di lavoro di Ted, la dolcezza di Patrizia che ha letto da subito la mia incertezza, Gerolamo che non ha mai avuto dubbi sul mio intervento, e io che lo invidiavo di nascosto.
Poi: Prove Generali, in teatro, a mia insaputa. Incontro i miei primi compagni di giornata, ognuno con una storia unica che merita d’essere raccontata. Piccoli e grandi gesti quotidiani, fedeltà protratte in giorni mesi anni, che sono l’unica modalità di cambiare le cose al mondo.
Lì per lì lascio volentieri il mio posto a Luana e ai suoi tessuti nanotecnologici, Massimo e il suo genoma, Marina e l’Africa, Paolo e le sue amiche api nelle città…poi, senza scampo tocca proprio a me.
Ascolto lo scricchiolio della scarpa sul palcoscenico, gran bel suono... potremmo fermarci qui. Le luci puntate che per fortuna un po’ ti accecano, respiro, alzo lo sguardo e intravedo l’abbraccio dei palchi, orbite di occhi cavi immobili che terrorizzano già così.
Mi distrae ascoltare il ritorno della mia voce, mi sforzo di non guardare in basso dove scorre un enorme timing digitale, il conto alla rovescia dell'intervento, trappola mortale.
Mi concentro solo se parlo lentamente, ascoltando il pensiero che si fa respiro.
E piano piano sembra che tutto vada, basta che pensi a loro, ai ragazzini in atelier. Mi rilassa deambulare nel cerchio di luce assegnato, dà l’idea di esser lì per caso. Conforto maggiore però, sono gli animali in carovana che scorrono in proiezione sul grande schermo alle mie spalle. Di quelli quasi mi dimenticavo, non ci facevo conto, e invece la loro protezione è fortissima, irresistibile, un’aura inespugnabile, fondata sulla capienza delle loro spalle larghe per portare lontano dai miei ragazzini le proiezioni delle loro paure, delle loro sconfitte. Questo rende tutto via via più fluido, ossia più vero, tanto che ci prendo quasi gusto.  Poi, giri l’angolo con una parola inutile, più ricercata del dovuto, e si apre una voragine sotto i piedi, un buco nero in cui sprofondi in men che non si dica.  Aggrapparsi al tenue filo del discorso non serve a molto, si fa sottile e incosistente, si spezza e se ne va. Senza più una stella in cielo, sento solo il rimbombo assordante del mio cuore. Passano istanti che per me sono anni.
In compagnia di un silenzio che si fa misura assoluta, inciampo in una piccola paroletta che è un rottame, la raccolgo, la rigiro in bocca prima di lasciarla andare, è da quel sapore amaro che si riparte.
Del resto, non è quella cosa lì il nostro atelier? Davanti a qualsiasi segno anche il più maldestro e inappropriato, ripartire sempre da quel che c’è e per quel che si è....Regola che insegna la vita quando si diventa grandi.
Ritrovo la bussola e mi oriento di nuovo nella costellazione di pensiero dell’Atelier, mi rendo conto di aver glissato almeno due punti cardine della scaletta.
Non si torna indietro, mai. Così innesto la chiusura, concludo a testa bassa, guardo il cronometro: ancora 1’ 48’’.
Detto fatto, come per incanto, la scaletta che aspettavo...eccola qua.
Buonasera a tutti voi, e ben arrivati...

Luca Santiago Mora

Novembre 2014